SU E GIU’ PER GENOVA
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 10th, 2011
Negli ultimi anni del XX° secolo Genova era diventata una metropoli, integrata con i 19 comuni del litorale e delle valli , di 350.000 abitanti, con una vastità pari a quella attuale. L’espansione a monte, seguendo le direttrici di Via As s a rotti e di Via Caffaro, si era nel fra t tempo realizzata dopo la metà del l’’800 nelle zone immediata m e n te sopra Corvetto, per svilupparsi in seguito nei circ o n d a ri di S. Anna, S. Gerolamo, Carbonara, S. Ugo, Lagac c i o , fino agli An gel i . Come conseg u e n za di questa espansione nascono, insieme ai tramways per i p ercorsi in ori z z o n ta l e, veicoli simili ma adatti per affro n ta re le forti pendenze dell’orografia ge n o vese. Una soluzione sempre ottimale: tecnologie collaudate e soluzioni consolidate, assenza di inquinamento, la funicolare ri s u l ta tu t t’oggi, qui e altro ve, attualissima per tipologie di tra s p o rto quali brevi collegamenti urbani con gro s s a capienza o per ra gg i u n gere centri di interesse turi s t i c o. Un salto di qualità grazie anche ai pro gressi compiuti nel settore dei sistemi di sicurez za e telesorveg l i a n za e nel l’ i m p i ego di nuovi materi a l i , di magg i o re dura ta e minor o n ere manutentivo. Gli impianti genovesi sono oggi gestiti da AMT, la ve c chia UITE, le cui origini sono rintracciabili nel 1894, quando la AEG (Allemeigne Electri - zitats Gesel l e n ch a f t ) , società tedesca di Berl i n o , ac q u i s ta la FEF (Ferrovie Elettriche e Fu n i c o l a ri) e la TO (Tra m w a y s Ori e n ta l i ) . L’anno dopo costituisce le Officine Elettri che Genovesi e acquisisce la Società G e n o vese di Elettricità, garantendosi l’ egemonia della distribuzione di elettricità per la tra z i o n e. Nel 1901 FEF e TO ve n gono incorporate in UITE, che dive n ta unico gestore del servizio p u b blico per tutto il genovesato, da Vo l tri a Nervi. La UITE mantiene il suo sta tus di società fino al 1965, anno in cui il Comune ne ottiene il completo controllo e dive n ta AMT. Ma torn i amo alle funicolari: tu t te le linee di ri s al i ta nascono negli anni ’90 del secolo XIX; i primi impianti del ge n ere in E u ropa furono le funicolari del Vesuvio ( Nap o l i , 1880) e di Bel l eville (Parigi, 1890). A Genova questi impianti pre s e n ta n o un passato denso di pro blemi e conte s e di va rio ge n ere. Arrivando da ponente, la prima funicolare che si incontra è q u ella ch e, partendo da sopra la Stazione Principe, conduce alla parte antica di Granaro l o : s a rebbe errato definirla f u n i c o l a re poiché è in realtà una cremagliera – dal francese “cremaillère” – definibile anche a “dentiera”, cioè una via ferra ta dota ta di una terza ro taia su cui si ingranano i denti di una ruota ap p l i cata alla ve t tu ra , sistema utilizzato su percorsi di forte pendenza . Il veicolo parte dall’inizio della Sa l i ta S.Rocco (24 m. s.l.m.) e giunge sino ai 220 m.s.l.m., con m.1.115 di perc o r s o. Nel 1895 un gruppo di cittadini costituisce la “Società Anonima Genove s e delle Ferrovie di Monta g n a ” , con il fine di costru i re una linea che colleg h i Gra n a rolo con la città. Viene stipulata col go verno una convenzione per la concessione di costruzione ed eserc i z i o della ferrovia a dentiera con trazione elettrica, su pro getto di Ratti e Scaligeri, approvato dal Consiglio S u p eri o re dei Lavo ri Pu b blici (1896). La ferrovia funziona dal 1 gennaio 1901, e passerà per diverse mani nel corso degli anni. Alla scomparsa dell’ultimo pro p ri e ta ri o , Luigi Pa ro d i , n el 1922 gli eredi la cedono al Comune con chalets dei capolinea, fabbricati e terreni, fra cui una villa con prati e fienili al Lagac c i o. Al tra linea, la più tu ristica delle tre esistenti, collega il centro con il Righi. Viene realizza ta in due te m p i : la prima linea, q u ella del Castel l ac c i o , ap re nel 1893: è il tronco superi o re, fra S.Nicola e il Righi; promotrice la Società Ferrovie Elettri che e Funicolari, che deve ac q u i s ta re terreni e concessioni, o arriva re all’espro p ri o. Leve t tu re sono tra i n a te da funi d’acciaio messe in movimento da un motore AEG collocato nella stazione superi o re, hanno una lunghez za di circa 7 metri e possono porta re 32 per s o n e. Così i ge n ove s i , con 50 centesimi, potevano salire al Righi senza fatica, compiendo un p ercorso di 1.428 metri (di cui circa metà in galleria) su un dislivello di 278 metri. L’impianto viene successivam e n te da UITE modern i z zato, vengono unificati i due tro n chi pre c e d e n tem e n te costruiti e impiega te ve t tu re più capienti. E’ oggi possibile porta re su questa funicolare le bici, p er percorrere i suggestivi sentieri del Righi, e ricordiamo a tutti l’Osserva t o rio astronomico, a pochi metri dalla Stazione di arrivo , p er passare qualche sera ta a osserva re le s telle con l’aiuto dei vo l o n tari (la funic o l a re funziona fino alle 24). La terza funicolare, Sant’Anna, collega Piazza Po rtello a Via Bertani e quindi alla Circ o n vallazione a monte, con una corsa di 357 metri e un dislivello di 54. A poca dista n za la stazione del l’ a s c e nsore da Corso Mage n ta a Via Cro c c o. Nel luglio 1891 il Ministero dei Lavo ri Pu b blici au t o ri z za la costruzione di questa linea, u l t i m a ta in pochi mesi. La sua particolarità è che funziona ad ac q u a , con dei contrap p e s i , i cui ser batoi sono sotto il pianale delle ve t tu re. Al l a stazione superiore il cassone viene riempito d’ acqua e la differenza di peso fa salire la ve t tu ra inferi o re, quindi il s er batoio si svuota . Il sistema viene m a n tenuto fino al 1978, data in cui ad AMT viene imposto dall’Ispettorato alla Motorizzazione Civile l’utilizzo della trazione elettrica. No n o s ta n te l’ i m p egno di Italia Nostra e di molti cittad i n i , che vo l evano mante n erlo a sistema idrico, l’impianto deve essere ricostruito. O l tre alle funicolari, G e n o va ha diver - si ascensori (sempre gestiti da AMT), a n ch’essi di antica tradizione: q u ello fra Principe e il Castello d’Al b ertis è del ’ 29. Nel 2004 è stato trasformato in un impianto modernissimo che coniuga f u n i c o l a re ed ascensore, e che porta ad una delle zone più suggestive di Genova: il Castello d’Al b ert i s , ristruttu ra t o , gode di una splendida vista sulla città, ed ospita un affascinante Museo sulle Cultu re del Mondo. C i teremo ancora l’ascensore che da Piazza Po rtello porta a Castelletto: fu costruito ai primi del No ve c e n t o , e sulla terrazza di arrivo ospitava un grande caffè- ristoro, da cui si godeva la vista dei tetti di Genova . O ggi il caffè non c’è più, ma la vista è sempre bellissima e il percorso suggestivo: come ricorda C ap ro n i , n ella poesia incisa all’ingresso d ella galleria dell’ascensore: “…quando mi sarò deciso/ d’andarci, in p a radiso/ ci andrò con l’ a s c e n s o re/ di Castel l e t t o , nelle ore/ nottu rne, ru ba ndo un poco/ di tempo al mio riposo…”
UNA VITA A BORDO
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Nell’Ottocento, a Genova, essere marinaio significava appartenere ad una casta privilegiata. Navigare, soprattutto comandare bastimenti, era considerato un mestiere nobile, ma anche molto duro e avventuroso, che si svolgeva con il rischio costante di imprevisti e in balia delle forze della natura. Le professioni legate al mare si trovavano, un tempo, distribuite per quartieri: i nostromi vivevano nella zona di Prè, della Maddalena e di piazza Embriaci; i padroni di cabotaggio nei dintorni delle Grazie; i marinai risiedevano invece, in via Madre di Dio, Campo Pisano, salita Montagnola. Nel quartiere di Sarzano si trovavano i calafati. I capitani abitavano invece in zone non esattamente adiacenti al mare: sceglievano la propria dimora sulle alture, in rioni come Castelletto, Sant’Anna, o San Francesco da Paola. Nati per calpestare i ponti dei loro bastimenti e per la vita tra i flutti, molti di questi lupi di mare nei periodi di ferma a terra amavano dedicarsi al giardinaggio e agli orti: nelle loro villette infatti, non poteva mancare quel tanto che bastava di verd e, con giardini, aiuole e poggioli fioriti. Tuttavia, a causa delle lunghe assenze, le loro mogli diventavano le vere padrone della casa, adattandosi alla particolare situazione coniugale di lunghi periodi di solitudine. Finivano per acquisire anch’esse conoscenze nelle faccende di mare, incanutite, temprate dalle responsabilità della casa e della famiglia, abili nello sbrigare tutte le faccende quando i compagni erano dall’altra parte del mondo. “S i g n o re Armatrici” venivano definite e attraverso le lettere dei mariti venivano a conoscenza di tutto: rotta della nave, carico, tipo di nolo. In caso di imprevisti o incidenti, la moglie di un Comandante soleva tranquillizzare le compagne dei marinai, che ospitava in casa la domenica mattina dopo la Messa: si creavano così dei particolari legami poichè i marinai semplici lavoravano per anni sulla stessa nave e le loro mogli conoscevano e rispettavano la “Signora Armatrice”. Fu dopo la crisi delle guerre napoleoniche che la marineria commerciale ligure riprese vigore, dopo i numerosi danni, i cannoneggiamenti, le catture da parte degli Inglesi, un periodo da considerare come spartiacque per la marineria: pinchi, golette, tartane, cotri, fino ad allora utilizzati per i rifornimenti, furono soppiantati da polacche, scune e dai caratteristici brigantini. Con questi la navigazione commerciale tornò a fiorire, riscoprendo antiche glorie e ripercorrendo le rotte del passato, verso il Medio Oriente e il Mar Nero. Intorno al 1850 si potevano incontrare commercianti genovesi nei porti di diverse città, per l’acquisto del grano; nascevano nuovi insediamenti a Bediansch, Odessa, Kerck, Nicolaieff; ci si spingeva anche in Africa, aprendo fondachi, importando qui i propri prodotti. Famiglie come i Carrara, i Saffi, i Ratto, i Centurione, impiantarono dei fondachi a Mogador e Shaft. Altra importante attività era il trasporto degli emigranti in America, su imbarcazioni come scune e brick che portavano i primi emigranti in Brasile a La Plata e in Perù. Erano piccole navi da 200/300 t. ad avere l ’ardire di oltrepassare il famigerato Capo Horn per raggiungere Valparaiso e Callao, e tornare in patria con i preziosi carichi di cacao, vaniglia e caffè. Da Buenos Ayres arr ivavano a Genova cuoio, sego, il Tasajo o carne salata, ed i primi legnami di palo quebracho, mentre caffè, legname, sego e legno da tinta e da concia partivano dal Brasile; già nel 1820 dal golfo del Messico provenivano le balle di cotone e l’indaco; da Mayagues caffè prodotto nelle piantagioni di certi genovesi che già da anni si erano stabiliti su quelle coste. Si potrebbero narrare a decine i viaggi, i successi, le disavventure di quei duri e intrepidi capitani, intransigenti, severi ma anche come padri per l’equipaggio. Nel corso del XIX secolo non esistevano più i ve lieri “ibridi”, mercantili e militari insieme: la nave per il commercio era disarmata, capitano ed equipaggio erano c ivili a tutti gli effetti. Tuttav i a , sparito il Consolato del Mare, i nuovi regolamenti conferivano a chi comandava il bastimento funzioni più “autoritarie” che in passato: piena responsabilità d ella nave, attività di bord o , m a n o vre, ro t ta , manutenzioni da eseguire, disposizione e salvaguardia del carico; il comandante fungeva da procuratore dell’armatore e si occupava persino di diagnosi e cura delle malattie: in una parola, sulla nave rappresentava lo Stato. Tra le famiglie genovesi di navigatori, durante il Risorgimento si distinsero i Devoto di Sampierdarena. Costruttori di scafi e comandanti, ferventi mazziniani, degni di nota furono Giacomo, che col Brigantino Nettuno fu attivo in Brasile; suo fratello Francesco che navigò verso le Indie portando con sé la giovane compagna, alla quale aveva insegnato i difficili calcoli nautici. Un altro fratello, Luigi, calpestava i ponti dei velieri dall’età di nove anni e si guadagnò una medaglia in Norvegia per aver salvato dei naufraghi di quella nazione. Oltre ai Devoto, si ricordano figure come quella del capitano Testori, che individuò, scandagliandolo, un banco di fango di oltre 20 miglia d’estensione al largo di capo Shaurock; o come il comand a n te G.Torre, che si dedicava ai traffici fra Tripolitania e Inghilterra, poi diventato sindaco di Sampierdarena. Per quanto riguarda Sestri Ponente emerge la figura del capitano in seconda Giovanni Cafferata, che nel 1839 navigò sui fiumi de La Plata, fondò una casa di commercio, mise radici in Argentina, e la sua discendenza diede personaggi di spicco in quelle terre. Anche il rione Boccadasse era rinomato per avere dato al mare diverse figure di abili navigatori, come Nicolò Giovanni Dodero, classe 1846, già imbarcato a 13 anni, che dopo essersi guadagnato una medaglia per la battaglia di Lissa, fece carriera diventando tenente di vascello, visitò diversi porti del Pacifico e in Estremo Oriente al comando di diversi bastimenti, fino a che fondò una azienda marittima a Montevideo, insieme a un socio. O come Gio Batta Ghersi, che ottenne anch’egli onorificenze per dei salvataggi. Quelle del capitano e dell’armatore erano spesso professioni che si tramandavano in famiglia, e talvolta si trovavano unite nella stessa persona. C’erano, ad esempio, i capitaniarm a t o ri , che pra t i cavano la nav i gazione alla “busca”, cercando i noli di porto in porto, a volte ac q u i s tando le merci e rivendendole su merca t i diversi. Il capitano ligure era chiamato “u baccan”: allo stesso modo sulle navi Inglesi era “the old man” e in quelle Francesi “le vieux”. Trascorreva la vita a bordo perlopiù nella sua cabina dal lato della poppa, mentre lo spazio degli uomini era perlopiù a prua. Rare erano le ispezioni del Baccan: rispettava i movimenti dei suoi uomini e si fidava del loro lavoro. Un altro ambiente dove egli soleva trascorrere il suo tempo era la “tuga”: in questo vano, su di un grande tavolo, erano spesso aperte le carte nautiche (quelle raffiguranti l’oceano potevano essere lunghe anche tre metri), perlopiù di produzione inglese, che venivano incollate su un supporto di cartone azzurro, da cui il nome “blue charts”. Sotto il tavolo, in alcuni cassetti, erano riposti i sestanti, utilizzati dal capitano e dal secondo. Quest’ultimo era definito “scrivano”: era lui che, all’occorrenza, prendeva il posto del capitano, subentrando al comando della nave. Esperto anch’egli di navigazione, sapeva tracciare le rotte e rilevare il punto della nave. La sua istruzione gli derivava dagli istituti nautici: se possedeva già un diploma, aspettava di avere l’età e le ore di navigazione necessarie per diventare capitano di lungo corso. Lo Scrivano era inoltre l’unico ad avere il permesso di entrare nella sala nautica, l’unico abilitato, oltre al capitano, a scrivere il giornale di bordo e l’unico a condividere il pasto con il comandante all’interno del quadrato, una saletta di poppa adibita a sala pranzo. Doveva esserci un minimo di comodità all’interno di essa poiché, in caso di spiacevoli condizioni climatiche, il capitano restava in questo vano senza muoversi per giorni, fino a quando le condizioni del mare non miglioravano. Ma tutte queste “comodità” si riducevano ad un divano, oltre a due panche lunghe, ad una poltrona girevole e ad un armadio-lavabo. Alle pareti, una scaffalatura conteneva le bandiere per le segnalazioni e per comunicare a media distanza: per tratti più brevi si usava il megafono, parlando in un inglese sgrammaticato. In questo vano c’erano, inoltre, un solcometro Walzer, sorta di siluro metallico con contatore che, immerso in mare forniva la velocità del vento; un barometro a sospensione cardanica che avvertiva del sopraggiungere della tempesta; le importanti lampade cardaniche, che dovevano restare sempre accese per situazioni di emergenza. Anche in fatto di alimenti, spettava a lui il trattamento migliore: in mezzo a una ciurma che doveva spesso accontentarsi di cibi raffermi, gallette che dovevano essere sbriciolate per separarle dai vermi e uova conservate nella calce che andavano spesso a male, egli poteva disporre di gabbie con polli, tutte sue, in modo da avere sempre uova fresche, disponeva di una scorta personale d’acqua, mentre l’equipaggio doveva accontentarsi delle “fontane”, specie di barilotti fissati sul cassero dai quali si attingeva con il mestolo comune. Nessuno poteva bere fuori dalla vista dell’ufficiale e del resto della ciurma: regole più che normali, se si pensa che durante le lunghe traversate fame e sete potevano diventare scomode compagne di viaggio, quando i venti erano contrari e la nave si trovava a bordeggiare più del previsto, finendo tutto per scarseggiare. Come sotto ogni bandiera, anche sui bastimenti liguri vigevano ferrea disciplina e gerarchia. Il capitano non dava mai ordini direttamente all’equipaggio: le disposizioni passavano al secondo e al nostromo i quali le trasferivano ai marinai. Disobbedienza, insubordinazione, trascuratezza nel servizio, erano punite con severi castighi. I lunghi periodi di vita di bordo facevano nascere sodalizi e amicizie tra il capitano e gli uomini ma i casi di diserzione non mancavano, ed erano in molti quelli che, durante gli approdi al di là dell’Atlantico, se la svignavano, facendo perdere le proprie tracce: per questo la paga veniva corrisposta solo alla fine del viaggio. Sui brigantini liguri, tuttavia, il capitano non doveva governare molti uomini: l’equipaggio era solitamente ridotto al minimo, per ragioni economiche, e questo rendeva piuttosto lunghe certe operazioni, come il cambio delle vele. Per farsene un’idea, bastimenti di 50/100 tonn. ospitavano tra i sette e gli otto uomini; quelli più grandi (100/200 t.) sui dieci-undici uomini; su navi di stazza poco più grande, si era in dodici o tredici.
IL GIARDINO DELL’ERBA VOGLIO
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Che ci fanno le piante di quercia all’ErbaVoglio? Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli l’amore delle case l’amore bianco vestito io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito. (De Andrè, da Canto del servo pastore) In questo piccolo giardino di Via Ferrara, dove sono p re s e n t i , un po’ s t i p a te, oltre 200 varietà di piante e fiori, vivono anche due interessanti specie di quercia: la quercia spinosa ( Quercus coccifera) e la sughera (Quercus suber). La prima pre s e n ta una curiosità già nel nome scientifico, infatti coccifera significa ” porta trice di Cocciniglia”, un insetto parassita della pianta che, rac c o l t o , seccato al sole e macinato, ve n iva utilizzato come sosta n za colorante rossa; già a partire dall’VIII secolo la raccolta della Cocciniglia detta anche “seme scarlatto” era compito delle donne e dei bambini e non era facile staccare i minuscoli animaletti dai rami spinosi della pianta, molti si lasciavano crescere le unghie per facilitare il lavoro. Si tratta di un piccolo albero con portamento preva l e n te m e n te cespuglioso ed altezza che non supera generalmente i 2 metri. Pur non avendo un ruolo economico costituisce un’essenza importante per evitare la desertificazione delle garighe aride. Nel giardino è arrivato diversi anni fa come dono di un nostro ospite che lo ha raccolto in Sicilia. La specie, presente allo stato selvatico in gran parte dell’area mediterranea, è piuttosto rarefatta e in Italia è sopravvissuta in poche stazioni delle nostre isole. La Sughera pur non raggiungendo grandi dimensioni in altezza può sviluppare un tronco fino a 5 metri di circonferenza. Se sfruttata per la raccolta del sughero vive 150 - 200 anni, in caso contrario arriva fino a 300 - 400 anni. La specie è presente allo stato selvatico in tutto il bacino del Mediterra n e o , Spagna e Portogallo sono i principali produttori di sughero. Nel nostro paese gran parte della produzione è concentrata in Sardegna, per quanto riguarda la Liguria sono sopravvissute, allo stato selvatico, soltanto due piccole aree boscose nell’entro terra di Deiva Marina. Plutarco, nelle “Vite parallele”, racconta di un giovane uomo, Pontius Cominius, che si fece un salva ge n te di sughero per attraver s a re a nuoto il Tevere che era sorvegliato dai barbari. Anche gli Arabi utilizzavano il sughero per costru i re ca s s e, scatole ed a n che ba re. E’ noto che Marcel Proust, man mano che diveniva sempre più sensibile, in modo patologico, ai rumori, trascorse gli ultimi tempi della sua vita in una camera con pareti rivestite di sughero. I due esemplari, dell’età di circa 12 - 15 anni, p resenti nel giardino del l’ E r ba Voglio, cominciano a mostrare una loro maestosità, s e p p u re questa loro pre s e n za solita ria richiama, per contrasto, la grandiosità dei boschi di questa specie ancora presenti in Sardegna. Pochi sanno che, con la farina prodotta dalle ghiande di quercia e mescolata ad un tipo di argilla, si produceva in Sa rd egna un tipo di pane abba s ta n za nutriente che conteneva il 18% di acqua, il 13% di cellulosa, il 22% di sostanze amidacee, l’8% di zuccheri semplici, il 14% di sostanze azotate; il 15% di sostanze minerali (silice, alluminio, ferro, calcio, magnesio, fosforo, sodio, potassio) e il 10% di sostanze indeterminate per complemento. L’Erba Voglio - Via Ferrara, 114/3 Tel. 010 23 20 78 http://digilander.libero.it/erbavoglio Agostino Barletta
GRANAROLO, UN’OASI FRA LE COLLINE E IL MARE
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Il nome della zona deriva, secondo il Giustiniani, dal termine medioevale “grano” con cui si definivano certi avvallamenti di terreno da cui scatu risce un rio: ca ra t teri s t i ca del valloncello tra Granarolo e Oregina a levante della funicolare, d o ve un torre n tel l o scendeva al Lagaccio. Inoltre una parte di Granarolo, contigua a S.Rocco, era definita Airolo dal nome dei proprieta ri di diversi possedimenti nella zona. Granarolo era attraversata da una “creuza” che, scavalcando la prima cresta di colline, permetteva di raggiungere, dalla litoranea di Fassolo, le località di Frego s o , del Garbo, di Begato, e le valli del Torbella e del Po l c evera . La sua posizione non solo strategica, ma anche panoramica, soleggiata e protetta dal vento di tramontana, favorì l’insediamento di numerose ville nobiliari come luogo di villeggiatura e di modesti contadini o piccoli proprietari terrieri. Nella zona si producevano ortaggi e frutta, e, da alcuni piccoli allevamenti, il latte, che venivano portati in città a dorso di mulo o d’asinello. Una curiosità: in base ad un decreto consolare del 1128 gli a b i tanti di Granarolo (assieme a quelli di Porcile, Rivarolo, Sosenedo e Torbella) d o vevano alternarsi sulla Lanterna in turni di guardia contro i Saraceni. La Chiesa di Santa Maria , al centro di Granarolo, sorge nel punto di incrocio fra l’antica strada che portava a Begato e quella che discendeva in città e risale al 1190 - 1192. La sua origine si deve ad un fervente devoto della Madonna, Bencio o Benizzo, cognato di Belenda badessa dell’Ab bazia di S. Tommaso, e le sue ossa riposano accanto alla Chiesa, come attesta una piccola e consunta lapide nel muro della facciata “Hic iacet Bencius qui aedificavit ecclesiam istam”. La Chiesa divenne subito abbazia mortariense, e questi monaci, originari di Mortara, vicino a Pavia, vi rimasero fino a metà ‘400, quando la Chiesa passò ai Lateranensi. Ben poco è rimasto, nel suo impianto barocco, della struttura medioevale originaria. (v. La Voce di San Teodoro n. 4 del 2003). La costruzione, n el 1626, delle “n u o ve muraglie”, che, partendo dalla Lanterna salivano al Fo rte Sperone sul Peralto, ridiscendendo al mare nei pressi della Cava di Carignano, incorporò il borgo di Gra n a rolo alla città. Lungo le mura furono erette tre porte: quella della Lanterna (demolita e incorporata alla sua base), quella degli Angeli e quella di Granarolo, re c e n te m e n te re s tau ra ta e ripulita. Le mura protessero il borgo durante il bombardamento di Genova del 1684 da parte della flotta di Re Luigi XIV di Francia e dura n te l’assedio, nell’’ 800, d elle truppe del l a coalizione antinapoleonica alla città difesa dal generale Massena. Per la costruzione e l’esercizio delle “n u o ve mura g l i e ” fu costru i ta la Via Bartolomeo Bianco, nata come strada militare, intitolata all’architetto comasco che operò a Genova nella prima metà del XVII° secolo. La strada parte da Via Bari (Lagaccio) e arriva a Via Mura ta di Po rta Mura ta (Angeli), dopo un percorso di circa 4 chilometri. La Salita Granarolo, prosecuzione di Salita San Rocco, conserva ancora i tratti compositi dati da case modeste e sontuose ville allineate ai suoi fianchi. Citiamo Villa Lomellini (XVI° secolo), succursale della scuola Media “Bixio”, ben conservata, mentre è molto degra data Villa Colonna Cambiaso, anch’essa del XVI° secolo, anche per i danni bellici che hanno ri s p a rmiato unica m e n te uno dei due bei portali del muro di cinta. La Via San Marino, lungo la quale sorgono le case costruite negli anni ’70 da diverse cooperative, ha sostituito Salita Granarolo come baricentro del quartiere. L’aumento della popolazione di Granarolo ha imposto la costruzione, alla fine deg l i anni ’70, della Scuola “ M o n tegrappa”, in Via B. Bianco, che ospita asilo nido, scuola materna e scuola elementare, nonchè una succursale della Scuola Media “Bixio”. L’edificio sorge in mezzo al verde, della cui manutenzione e rivalutazione si occupa un gruppo di volontari, è luminoso e dotato di ampi spazi poliva l e n t i , f ra i quali la palestra e il salone che vengono utilizzati anche in ora rio extra scolastico. Di fronte alla Scuola, dall’altro lato della strada, vi è la sede del Circolo ARCI Amici Cacciatori, punto di incontro e di aggregazione di Granarolo. In Via Caduti Senza Croce sorgono gli impianti sportivi dell’ A . S . D. G . S . Gra n a rolo, con campo da tennis e basket, campo di calcio, sede e spogliatoi.
LA FESTA DEI DIECI ANNI ALL’ ERBA VOGLIO
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Si sono festeggiati il 26 e 27 maggio u.s., presso il giardino dell’ Erba Voglio, i dieci anni di attività dell’area. Presenti, come sempre, numerosi ospiti che hanno gradito l’ottima torta della Pasticceria La Iacona. Di particolare interesse anche lo spettacolo teatrale sul Piccolo Pri n c i p e, offerto dagli all i evi della Quinta Praticabile. Quel centinaio di bambini, che trascorrono solitamente il pomeriggio nel giardino scorrazzando ininterrottamente da un capo all’altro dell’area, sono rimasti immobili, come rapiti dalla conversazione, un po’ surreale, del piccolo protagonista. Sia il g i ovane attore che interp retava il Piccolo Principe, sia le altre due attrici adulte, sono stati applauditi in modo entusiasta. La favorevole accoglienza ci spinge a dare un seguito a questa esperienza di teatro in giardino organizzando altri spettacoli nei pro s s i m i mesi. Ha riscosso successo e attenta partecipazione anche la premiazione di colui che è stato il principale attore della nascita del giardino, il signor Bruno Oliva, volontario in prima fila, già a partire dalla fine degli anni ’80, per contrastare un brutto pro getto di p a r c h e g g i o che avre b b e fatto scomparire questo spazio. Di seguito una breve e curiosa cerimonia in cui sono stati chiamati tutti i bimbi “nati con il Giardino dell’ Erba Voglio” ed è stata loro assegnata una piccola medaglia ricordo. In una breve riflessione sulle ca ra t t e ristiche uniche e sull’esperienza significativa di questo giard i n o, il Presidente dell’ Erba Voglio ha voluto lanciare una nuova piccola scommessa per il prossimo futuro con queste parole: “Questi anni trascorsi ci hanno permesso di raggiungere i risultati che tutti potete vedere intorno a voi: un piccolo spazio sicuro e pulito, ricco di centinaia di specie vegetali, ma anche di numerosi giochi, in cui i nostri figli possono t ra s c o r re re quotidianamente qualch e ora di serenità. Il merito di tutto questo è di ognuno di voi, tutti compresi. Se così è, significa che la proprietà del giardino dell’ Erba Voglio è di tutti i cittadini di S.Teodoro che lo frequentano regolarm e n t e . Allora io vi invito,da oggi in poi, ad in t e r ve n i re più spesso e senza timore, tutte le volte che q u a l c h e o s p i t e , bimbo o adulto, attua dei comportamenti che d a n n e ggiano la vostra e la nostra proprietà. Dobbiamo riprenderci il diritto di censurare i com p o rtamenti scorre t t i , quando colpiscono gli oggetti di proprietà collettiva. Questa è la nuova sfida che vorrei lanciare a tutti voi: se la vinceremo sarà davve ro un gra n d e passo avanti della nostra piccola comunità.” Il secondo giorno di questa festa ben riuscita è stato dedicato a tutti i ragazzi obiettori di coscienza e volontari del Servizio Civile che in questi dieci anni hanno fornito per un anno il loro contributo di lavoro presso l’area verde. Il ritrovarsi, un po’ più grandi o più vecchi, tra questi ex-ragazzi, ormai adulti, ed i volontari dell’ Erba Voglio è stata un’occasione festosa venata da un pizzico di malinconia nel riaffiorare di ricordi che ci hanno accomunato in questi anni. E sul finire della serata, tra il serio ed il faceto ci si è salutati con l’augurio di un: “Arrivederci tra dieci anni”. foto www.digilander.libero.it/erbavoglio Via Ferrara, 114/3 Agostino Barletta
IL SANTUARIO DEI MARINAI
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
E’ l’anno 1482: San Francesco da Paola, originario della Calabria e fondatore dell’Ordine dei Minimi, sta recandosi in Francia, su invito di Re Luigi XII, per rimediare ad una malattia che lo affligge. In questo periodo, infatti, la sua fama di taumaturgo e guaritore si sta diffondendo tra le plebi e le corti. Si trova così a passare per Genova e, durante la sosta, scorge dal mare, o come scrivono altri, dal palazzo di Andrea Doria presso il quale è ospite, una collina verdeggiante: così comincia a fantasticare sulla fondazione di un cenobio per i suoi confratelli. La località sulla quale cade la sua attenzione è chiamata “Caldetto”, termine che si riferisce alla mitezza del clima. Pochi anni dopo, nel 1487, il nobile Ludovico Centurione acquista una casa in rovina con quel che basta di terreno intorno e ne fa dono ai frati affinché costruiscano un cenobio. Alla fine del secolo, la chiesa è terminata: porterà inizialmente l’intitolazione a Gesù e Maria. Tempo dopo, Veronica Spinola, spinta dalla sua devozione, amplia la chiesa, e decide di rielaborare il presbiterio.Tutto questo oltre che per la gloria del donatore anche per onorare la memoria di S.Francesco, sempre oggetto di ammirazione, elevato agli onori da Papa Leone X, festeggiato e venerato anche nei secoli seguenti. Un Santo legato ormai da tempo alle genti di mare: “Santuario dei Marinai” è l’intitolazione ufficiale ricevuta da Papa Pio XII, nel 1943. Un tempo le navi che giungevano da levante sparavano colpi a salve per salutare il santuario; e ancora oggi, tutte le sere al crepuscolo, i rintocchi dal campanile ricordano le vittime del mare. Agli inizi, i religiosi dell’Ordine si preoccuparono di rendere agibile la salita, opera continuata nel 1670, quando la già citata Veronica Spinola decise di ristrutturare il percorso; quello che si percorre oggi è il risultato di un rifacimento ottocentesco. L’antico cammino, più stretto e tortuoso, corrisponde a Salita del Passero, una stradina minore che sale dall’inizio di via Don Minetti. Diverso è pure, in origine, il tratto iniziale: quasi in fondo a via Fassolo, in un piccolo slargo, sull’angolo del palazzo a sinistra, è posta l’immagine del Santo, rivelando ai pellegrini l’inizio della antica salita per il Santuario, prima che fosse tamponata dal muraglione della ferrovia Subito dopo il ponte della ferrovia, all’inizio dell’attuale Salita, c’erano i lavatoi pubblici; poco oltre l’incrocio con Via Don Minetti il bellissimo Oratorio di N.S. del Rosario, gestito dall’omonima Confraternita: opera del Barabino, è stato recentemente restaurato. In cima al primo tratto rettilineo sulla sinistra, si apre il raccordo con salita Bella Giovanna, che fino agli inizi del Novecento scendeva fino alla “Pietra del Cucco”, un cava per l’estrazione di pietre e calce. Da qui iniziano le stazioni della Via Crucis, in piastrelle di ceramica, opera di Strino della Ceramica Stingo di Napoli (1930), tratta da dipinti del pittore torinese Luigi Morgari. Al termine della salita si accede al santuario da un piccolo arco aperto nel muro del cortile da Padre Oneto dell’Ordine che sistemò la mattonata che dal cancello porta all’ingresso della chiesa, oltre ad innalzare i muri che dividono il passaggio al cortile. Dall’ampio piazzale alberato si gode una splendida vista sulla città. Sull’ingresso dell’atrio campeggia lo stemma di Madama Poles Berlingh, munifica danese, che fece edificare la parte a ponente, su disegno di Padre Pizzorno. La semplicità delle forme esterne del santuario contrasta con lo sfarzo delle navate; prima di queste, entrando, si passa per un vano in cui ad accogliere il visitatore è la statua del Santo sull’altare, attorniata dai moltissimi ex voto. Da qui si accede alle navate, abbellite dai grandi maestri della pittura Genovese. Sul soffitto della navata sinistra è ritratto S. Francesco mentre attraversa lo stretto di Messina utilizzando il suo manto (Luigi Gainotti - 1900). Restando in questa navata, vicino all’ingresso campeggia un S. Agostino con i paramenti vescovili (Ottavio Semino 1520-1604). Il grande dipinto con La Vergine Annunziata è di Francesco Zignaigo, lo stesso autore dei Santi nella campata accanto, Gaspare e Nicola, con l’altare ad essi dedicato. Proseguendo, nella quinta cappella, ecco la pala Tutti i Santi, di Cesare Corte (1550-1613), mentre la successiva conserva una delle più notevoli opere della chiesa, il Cristo nell’Orto, di Luca Cambiaso (1527-1585), nominato nel 1584 pittore di corte in Spagna, dopo il successo del suo Martirio di S.Lorenzo, eseguito per l’Escorial, la corte dei Reali. Facendo pochi passi verso il fondo, arriviamo alla cappella laterale: a destra e a sinistra, le opere La lavanda dei Piedi e Salita al Calvario, rispettivamente di Orazio De Ferrari (1605-1657) e L.Borzone (1590-1645). Del 1850 sono invece le tele di Giuseppe Isola La disputa nel Tempio e San Giovanni nel Deserto. Nell’abside centrale in alto domina, in vivaci forme barocche, attorniata dai putti, la Vergine Assunta, capolavoro di A.M. Maragliano: un soggetto simile si trova nella chiesa di San Teodoro, ricondotto ad un suo allievo. Il Maragliano (Genova 1664-1739) fu un artista di altissimo livello, le cui sculture lignee dalla forte carica espressiva e dai colori vivaci adornano chiese e oratori della Liguria. Di fianco all’abside principale, la cappella dedicata al Santo: sfarzosissima, di grande effetto decorativo, fu interamente rivestita di marmi policromi da Francesco Schiaffino (1689-1765), su committenza di un’altra Spinola, Monica, nella metà del Settecento. L’immagine di San Francesco, tra due colonne a spirale, è ascrivibile alla scuola genovese del XVII secolo, mentre l’affresco della volta con la Gloria di S. Francesco, è di Giuseppe Palmieri (1674-1740). Sulle pareti della navata destra e sulla pavimentazione le iscrizioni ricordano aristocratici, personaggi illustri, prelati, benefattori, oltre, naturalmente, i frati dell’Ordine. La superficie del vecchio pavimento, formata in gran parte di lapidi, subì un rifacimento nel 1870.Tra le tante le tombe di Veronica Spinola, dell’arcivescovo Nicolò Spinola, del senatore Giuseppe Cambiaggio, dell’architetto Ippolito Cremona, del marchese G.B. Lomellini, dell’ammiraglio Luigi Serra e della marchesa Luigia Pallavicino, celebre per la famosa ode del Foscolo, qui sepolta nel 1841. Nella navata centrale sono raffigurati alcuni episodi della vita di S.Francesco. Lungo la navata si incontra, inoltre, la cappella della Madonna, con la statua attribuita a Tommaso Orsolino (1674/1677); altre opere notevoli come la pala d’altare Il Viatico di S. Gerolamo di G.B. Paggi (1554-1627), nell’omonima Cappella, e un Presepe del già citato L. Cambiaso, eseguita negli anni 1563-65. Non potevano mancare le reliquie di S.Francesco, conservate in un’altra cappella. Spostandoci nel chiostro, si notano gli affreschi di V.Salimbeni, di L. Tavarone, e dei fratelli Calvi. Recentemente qualche opera è stata sottoposta a restauri finanziati dalla Provincia, con intervento affidato all’Accademia Ligustica: una preziosa pala lignea di Valerio Castello (1624-1659) - nella cappella delle Reliquie di cui saranno restaurati anche i marmi - composta dai due sportelli dell’altare, con la Vergine e il Bambino tra gli Angeli, Sant’Antonio da Padova e San Martino che divide il mantello con il mendicante. Di grande interesse i tanti ex voto affissi sulle pareti dell’atrio: piccoli dipinti espressione della fede e della devozione popolare, opere anonime, “specchio di un’arte semplice, povera e ingenua” spiega G.Meriana in La Liguria dei Santuari. Ricorrenti le scene con imbarcazioni di vario tipo travolte da tempeste, in balia di correnti e minacciate da qualche disastro: e il miracolo, raffigurato come una apparizione luminosa che salverà gli uomini. Tra le immagini che ricoprono le pareti, si nota una vecchia stampa che raffigura lo scontro navale del 1763 tra la nave “San Francesco da Paola” comandata dal Capitano Castellino e cinque sciabecchi turchi, al largo della Baleari, dove i genovesi ebbero la meglio, guadagnandosi un posto nella tradizione, nella poesia dialettale e nella pittura. Un altro curioso dipinto risale forse al tardo Cinquecento, e fu donato dai Doria per la guarigione di un piccolo famigliare, raffigurato in preghiera a fianco di San Francesco: sulla sinistra è ritratta una torre, forse la vecchia Lanterna. Nel 1818 il Santuario ricevette la visita del Re Vittorio Emanuele e della consorte Maria Teresa D’Austria. Il Santuario, negli anni delle insurrezioni, accolse molti perseguitati politici: e qui trovarono rifugio anche i feriti dell’insurrezione del 1849.
DIECI ANNI DI ERBA VOGLIO - 1
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Il Giardino dell’ Erba Voglio festeggia i suoi primi 10 anni: ricordo il 1997, quando eravamo troppo occupati a aprire, chiudere, tenere pulito, fare manutenzione e ci siamo “dimenticati” di festeggiare l’inaugurazione del giardino di Via Ferrara: anche una piccola festa sarebbe stato un impegno quasi intollerabile. E poi forse avremmo dovuto assistere a quelle meste cerimonie ufficiali con presenza di politici e scelta di un nome “serioso” tra le tante personalità sconosciute che hanno dato lustro al quartiere. Invece, nei mesi successivi, sono stati i piccoli ospiti frequentanti l’area a battezzarla con il passa parola: all’uscita dalla scuola la frase più comune con cui molti bimbi si salutavano è diventata “Ci vediamo all’ Erba Voglio”. L’ Associazione omonima, L’Erba Voglio appunto, era nata nell’autunno del 1996 quando nove volontari, un po’ disperati, si sono riuniti una sera ed hanno ufficialmente sottoscritto un verbale di costituzione dell’ Associazione. Alla conclusione dei lavori del giardino, avvenuta nel giugno 1997, era iniziata un’estate di sofferenza per le oltre cento specie di piante già presenti nell’area, perché il Servizio al Patrimonio del Comune, ricevute in consegna le chiavi dell’area, non si era più fatto vivo. Per evitare che il lavoro di anni di molti volontari andasse perduto, per diversi mesi fummo costretti ad annaffiare il giardino utilizzando l’acqua di una casa privata ed entrando “illecitamente” nel giardino. Il primo anno è stato il più difficile: una ventina di soci, pochissimi collaboratori e nessuno obiettore di coscienza. Ma la federazione con i Circoli ARCI ci ha permesso, negli anni successivi, di avere i primi obiettori di coscienza e, con la nuova legge, anche ragazzi del Servizio Civile. Grazie a queste nuove risorse abbiamo potuto rendere più continuativo il rapporto con le scuole del quartiere: nel 1999 siamo riusciti a riprodurre in una quindicina di copie uno schedario che sintetizzava una serie di informazioni divulgative, comprensive di foto, su 150 specie botaniche presenti nell’area. Il materiale è stato distribuito nelle scuole. Negli stessi anni è nata da parte di alcune famiglie la richiesta di festeggiare il compleanno dei loro figli nell’area verde: questa attività si è andata espandendo tanto da raggiungere ormai le circa 80 feste annuali. Ma certamente l’aspetto di questa esperienza che riteniamo più significativo è costituito dalle numerose forme di cittadinanza attiva che gli ospiti del giardino hanno saputo esprimere: dal volontariato tradizionale alla iscrizione al Circolo, dall’offerta di piante per l’area alla collaborazione nella pulizia, dalla fornitura di materiale di consumo vario (tavoli, frigorifero, personal computer, guanti, sacchetti per l’immondizia, etc.) alla donazione di giochi e giocattoli. Per quanto riguarda i giocattoli è tale l’abbondanza di materiale ricevuto che, ormai da diversi anni, mettiamo da parte molti giochi per la Comunità di S. Egidio che forniscono materia prima per la Fiera del Rigiocattolo. La festa del decennale è nata anche per rivedere tutti assieme i dieci ragazzi e ragazze che hanno lavorato nel giardino come obiettori di coscienza e come volontari del servizio civile: li incontreremo tutti nel pomeriggio di domenica 27 maggio. Mentre il giorno precedente, Sabato 26 maggio, ci sarà un’allegra merenda grazie alla grande torta offerta dalla Pasticceria La Jacona; seguirà la premiazione simbolica dei bambini Nati con l’ Erba Voglio ed ancora uno spettacolo sul Piccolo Principe a cura degli allievi della compagnia teatrale La Quinta Praticabile. www.digilander.libero.it/erbavoglio Via Ferrara, 114/3 Agostino BARLETTA
LE COMUNITA’ RELIGIOSE: LA CHIESA EVANGELICA VALDESE
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Siamo ormai vicini ad una ricorrenza importante per le comunità evangeliche valdesi, salutata calorosamente ogni anno con incontri e conferenze pubbliche. Fu in quel 17 febbraio 1848 che, con lo Statuto Albertino, si pose fine ad un lungo cammino in clandestinità, accompagnato da persecuzioni e violenze. Anni di scontri, di migrazioni, di repressioni, a colpi di fucile e di decreti papali. Carlo Alberto concesse finalmente ai valdesi diritti civili e politici, integrandoli così alla storia degli italiani e del futuro stato unitario. Da allora le comunità si sarebbero prodigate alla luce del sole nel campo dell’ istruzione, nella fondazione di ospedali, orfanotrofi, scuole: e, naturalmente, luoghi di culto. La ragione di tante difficoltà nel riconoscimento dei diritti risiede nello spirito di autonomia dalla chiesa cattolica, che fin dai primordi aveva caratterizzato un movimento nato verso la fine del XII secolo, quando Valdo, un mercante di Lione, decise di predicare la povertà e la fedeltà, senza mediazioni, al Vangelo. Poteva sembrare uno dei tanti predicatori infiammati contro le ricchezze e il potere della chiesa medievale, eppure la parola di Valdo cominciò subito a fare numerosi proseliti, che crebbero, diventando un vero e proprio movimento. Erano gli anni della predicazione di Francesco d’ Assisi, che esprimeva gli stessi ideali; anche se i seguaci di Valdo facevano direttamente riferimento alle Sacre Scritture, senza mediazioni, soprattutto rivoluzionaria la decisione di Valdo di tradurle il Nuovo Testamento in lingua volgare per renderlo comprensibile a tutti. Ben presto ecco giungere la condanna di eresia, che costrinse molti valdesi ad emigrare in diverse parti d’ Europa. Fu in una zona delle Alpi piemontesi compresa tra le valli del Chisone, Gennanasca e Pellice, che poterono vivere e predicare tranquillamente: erano infatti considerati un’ utile forza lavoro. Ma con lo sviluppo dell’ Inquisizione, la Chiesa sferrava nuovi attacchi. Un momento importante fu il Sinodo di Chanforàn, nell’ anno 1532, quando le comunità aderirono alla riforma, guardando con favore alla teologia di Calvino. Da allora i Valdesi entrarono a far parte delle Chiese protestanti europee; e l’ ulteriore distacco da Roma diede motivo a nuove repressioni e massacri come in Provenza, in Calabria e in Puglia. Duri furono anche gli attacchi dei duchi di Savoia, come nelle “ Pasque piemontesi “, ai quali le comunità opposero talvolta tenaci resistenze. Per questi motivi una costante della storia valdese furono le migrazioni forzate verso i paesi protestanti, come Svizzera e Stati tedeschi, seguiti da qualche ritorno nelle valli piemontesi. A Genova i Valdesi sono presenti intorno alla metà del XIX secolo: su richiesta dell’Ammiraglio inglese Packenham, la Tavola valdese manda il pastore P. Geymonat per fondare la prima Chiesa Valdese a Genova. E’ documentata dall’ anno 1864 la presenza di una comunità a Sampierdarena, già autonoma da quella del centro, con pastori e presbiteri distinti. Entrambe le chiese aprirono scuole gratuite per fornire un’ istruzione di base ai ragazzi e combattere l’ analfabetismo, allora diffusissimo. A lasciare una traccia nella tradizione e nel folklore ligure fu la famiglia Cereghino. Salendo per la strada verso il passo della Scoglina, in Val Fontanabuona, si può scorgere, ad un certo punto, sulla destra, un minuscolo cimitero valdese: qualche cipresso e poche lapidi. Riposano qui Vittoria Costa di Giacomo e il figlio Giuseppe, ultimi discendenti dei Cereghino, famiglia di cantastorie girovaghi. Da cattolici si fecero valdesi, e fondarono un luogo di culto dalle parti di Favale, per iniziativa di un membro della famiglia, Stefano, il quale rimase colpito da una predica evangelica a Torre Pellice. La famiglia accolse così il nuovo culto, guadagnandosi, fatto non insolito, denunce, condanne e imprigionamenti. I testi delle loro canzoni riflettevano anche qualche carattere del loro credo religioso. Oggi le due chiese valdesi della città – in Via Assarotti e in Via Rela a Sampierdarena – contano circa 300 persone ( in Italia gli evangelici valdesi sono circa 25000 ). L’ organizzazione si basa sul principio assembleare: ogni chiesa è retta da un’ assemblea di membri comunicanti, che nomina il concistoro locale. Questo è preposto all’ amministrazione della chiesa stessa. Siamo distanti, dunque, dalla struttura gerarchica della chiesa cattolica. E’ la libertà l’ elemento che da secoli caratterizza le comunità. Come si legge in San Paolo “ Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa mi è utile. Ogni cosa mi è lecita ma non mi farò dominare da nulla. “, al concetto di obbedienza a una gerarchia si sostituisce il principio di responsabilità personale e solidarietà: centrale è la libertà di analisi, di critica, di giudizio, per l’ etica cristiano- evangelica. Libertà nel battesimo: un bambino può ricevere il battesimo da piccolo o da adulto, con una confessione personale di fede in Gesù. Il matrimonio, invece, non è considerato sacramento: è un momento importante, nel quale gli sposi dichiarano davanti a Dio e agli uomini il desiderio di vivere l’ unione alla luce della parola del Signore. Non esiste, inoltre, la preghiera per i defunti e ai santi: non occorre mediazione, i credenti si addormentano già sotto la grazia e la misericordia di Dio. Ogni anno si svolge il Sinodo (l’assemblea generale) delle chiese italiane a Torre Pellice, con i pastori e i rappresentanti delle comunità locali. Nel 1994 la Tavola Valdese ( organo di governo eletto ogni anno al Sinodo, composto dai delegati di tutte le chiese) ha siglato le intese con lo Stato italiano. Per ulteriori informazioni: http://www.chiesavaldese.org e per Genova: http://valdesigenova.altervista.org/
UN FRUTTO ESSICATO POCO NOTO
Pubblicato da Matteo Mangano | aprile 7th, 2011
Stiamo coltivando nel Giardino dell’ Erba Voglio due piccoli alberi di Cachi o, come sarebbe più corretto scrivere Kaki, abbreviazione del nome Kaki no ki espressione giapponese di cui ignoro il significato. Si tratta di una specie originaria della Cina e del Giappone introdotta in Europa già nel 1700 ma solo a partire da fine ‘800 coltivata come albero da frutto anche con varietà pregiate. Nonostante i secoli trascorsi rimane una pianta poco conosciuta anche ai numerosi contadini che da generazioni la curano nei nostri orti e giardini. Specie sempreverde con foglie lucide e fitte ed una chioma ombrosa, le sue particolarità sono soprattutto da addebitarsi ad un sistema riproduttivo che contempla diverse opzioni: ci sono piante con fiori solo maschili, con fiori solo femminili, con fiori maschili ed ermafroditi, con fiori femminili ed ermafroditi ed infine con fiori solo ermafroditi. I frutti si formano con l’impollinazione dei fiori femminili (in questo caso sono detti “gamici” e sono provvisti di semi) oppure per partenogenesi, cioè senza alcuna fecondazione. Di conseguenza si possono avere piante che producono frutti provvisti di semi assieme a frutti privi di semi; oppure hanno tutti i frutti privi di semi ed infine anche piante che producono solo frutti provvisti di semi. Le piante nate da questi semi sono sempre immediatamente produttive, senza necessità di innesto: i due esemplari presenti nel Giardino sono stati ottenuti piantando due semi. Il legno è fragile e poco resistente, inaffidabile a sostenere il peso di chi si avventura sulla pianta. La raccolta avviene di solito a metà autunno, quando il frutto è ancora sufficientemente duro da non essere danneggiato. E’ consigliabile favorire la maturazione dei frutti raccolti tenendoli distesi a temperatura ambiente assieme a delle mele, che sviluppano un profumo come l’etilene, ormone gassoso che accelera la maturazione. Di solito viene consigliato di consumare i frutti freschi al momento della maturazione, anche perché con i tradizionalisistemi di lavorazione come marmellate o confetture si ottengono dei risultati non proprio esaltanti. In realtà il migliore sistema di conservazione, facile ed economico è quello di essiccarli a fette, con un semplice essiccatoio elettrico. Il risultato è un alimento molto dolce e gustoso che può fare concorrenza ai tradizionali fichi secchi ed ai datteri e possiede altrettanta ricchezza nutritiva: curiosamente questo prodotto, nonostante la facilità di preparazione, non è rintracciabile in commercio. A partire da questo autunno-inverno le piante del Giardino dell’Erba Voglio hanno prodotto i primi frutti e questo ci ha permesso di far assaggiare, agli ospiti che osano sfidare il brutto tempo per trascorrere qualche ora all’aria aperta, questo tipo di frutta secca poco nota. Concludo con alcune curiosità: sia Giuseppe Verdi che la scrittrice inglese Katherine Mansfield furono tra i primi ad apprezzare il gusto di questi frutti all’inizio del 1900 e quest’ultima consigliava di mangiarli dopo avervi versato sopra del succo di limone. In Cina è considerato l’albero delle 7 virtù: la lunga vita; la grande ombra; la mancanza di nidi tra i suoi rami; la mancanza di tarli; la possibilità di giocare con le sue foglie indurite dal ghiaccio; la possibilità di ottenere dalle foglie stesse un bel fuoco e un ottimo concime. Web: http://digilander.libero.it/er bavoglio Via Ferrara, 114/3 Tel. 010 232078 Agostino Barletta
IL VIAGGIO DI S. FRANCESCO
Pubblicato da admin | aprile 6th, 2011
Appartiene più alla tradizione che alla storia documenta ta , un discusso passaggio del Santo di Assisi a Genova. Fece davvero una qualche visita alle fondazioni genovesi del suo ordine, che in quel periodo stavano nascendo nella città e nel territorio? E ci fu un motivo particolare nella sua venuta? Difficile trovare certezze nel terreno insidioso delle ipotesi, quando mancano precise attestazioni, un minimo riscontro scritto. Ma c’è chi lo crede fermamente, rifacendosi a memorie e indizi già respinti da altri storici. Secondo l’opinione di Don Pietro Rave c ca, sacerd o te e autore di saggi di storia religiosa ligure, Francesco passò da Genova nel l’anno 1213, giunse a Sestri Ponente e qui ricevette ospitalità nel convento della “L a rdara”: l’attuale chiesa di S. Francesco d’Assisi.. Nel suo esaur iente saggio su questa fondazione, Don Ravecca lo ammette: tra gli storici ci sono perplessità, è una visita non documenta ta. Inoltre – come essi hanno sostenuto – passare per la Liguria sarebbe stato scomodo, una inutile deviazione. Ma Ravecca non si affianca alle voci scettiche: non si possono accantonare tradizioni secolari, afferma. Per avvalorare la tesi, prende in esame diverse località che conservano il ricordo del Santo, tutte dislocate lungo un possibile itinerario. E motiva il suo soggiorno a Genova. Il periodo è quello del viaggio di Francesco verso la Terra Santa. Ne aveva già cominciato uno nel 1212, trasformatosi in un disastro. Il nuovo percorso – incredibilmente lungo, prevedeva il passaggio per la Francia, la Spagna, lo stretto di Gibilterra; quindi l’attraversamento di tu t ta l’Africa Mediterranea, fino ai luoghi santi; ma un altro inconveniente ne impedì la realizzazione. Alla fine, scelse la via del mare per arriva re in Egitto, a Damietta, precisamente. Siamo nel 1219. Qui incontrò i Crociati che assediavano la città. Si fece ricevere dal sultano Malik al- Kamil, per te n ta re di convertirlo e stabilire una pace tra gli eserciti. Ma tutto si concluse con un nulla di fatto, e la guerra continuò. Fu durante il secondo tentativo, d u ra n te il viaggio di andata, che Francesco avrebbe onorato la comunità sestrese ed altre della sua presenza. Don Ravecca immagina l’itinerario verso la Francia, passando per Parma, il passo Centocroci, Chiava ri e Genova. Qui visitò i conventi di Albaro e Castelletto, spostandosi poi a Bolzaneto e proseguendo per Savo n a e la Val di Susa. E, a p roposito di questo passaggio, l’autore fa riferimento a F.Pittaluga, nella cui opera Soppressione e ri t o rno nel convento si parla di ipotetici itinerari che il poverello di Assisi avrebbe percorso per ragg i u n gere Bolza n e t o. Percorrendo la ve c chia via Aurelia, egli si trovò a passare per Fassolo, presso la chiesa di S. Teodoro, risalendo quindi lungo il tracciato dell ’attuale Salita Angeli che, ricordiamo, anticamente era una via fondamentale per arrivare in Val Polcevera , ( percorso ch e dovrebbe essere oggetto di un’opera di recupero e valorizzazione, e per la cui storia vi rimandiamo a “La Voce” di s e t te m b re / o t t o b re) e scava lcando il valico delle Mura di Granaro l o. Esiste, inoltre, presso Bolzaneto, un altro indizio: la Chiesa di san Francesco della Chiap p e t ta potrebbe essere uno dei luoghi visitati da Francesco, secondo alcuni studiosi. Sorto nella seconda metà del XIII° secolo, era l’unico cenobio francescano che si trovava lungo l’antichissima e importa n te via Postumia, tra Alessandria e Genova: chiara, quindi, la sua funzione di ricovero e accoglienza per pellegrini e viandanti. Marina Firpo, autrice di un interessante saggio su questa fondazione, accenna alla tradizione di un primo gruppo di frati che fece sosta in questo luogo al seguito del passaggio di S.Francesco in Liguria, riportando nelle note alcuni libri che hanno trattato di questo argo m e n t o. Ma siamo, in ogni caso, nel campo delle ipotesi. Così come a proposito dell’itinerario di ritorno, nel quale il Santo sarebbe passato per “Ad Figlinas” ( Fegino), per Borzoli, arrivando così alla “Lardara”. Prendendo per veritiera la tesi del soggiorno a Genova, oltre al motivo di un “contro l l o” delle fondazioni - per osservare e portare incoraggiamento e conforto ai confratelli - la sua presenza avrebbe avuto anche un altro scopo. Infatti, proprio in quel periodo, il Cardinale Ugolino di Ostia si trovava in città per la preparazione della quinta Crociata, sollecitando uomini e navi e raccogliendo denaro: un’occasione, per Francesco, per incontrare e onorare Ugolino, suo amico e protettore. Se incerta è la presenza del Santo in città, non meg l i o definibili sono gli anni delle fondazioni monastiche francescane. Appoggiati dai Fieschi, favoriti da papa Innocenzo IV ( Sinibaldo Fi e s ch i ) , i Francescani furono presenti a Genova fin dai primi decenni del ‘200, anche se, in un primo tempo, non edificarono solide strutture o chiese; è arduo stabilire date precise per la scarsità di attestazioni, e, come sostiene V. Polonio, per la loro natura fluida e non istituzionale dei primordi: si parl a , infatti, di “capanne” messe in piedi ai margini dei nuclei urbani, come nello spirito dei primitivi ordini mendicanti. Per alcuni, i frati si stabilirono, agli inizi, nella zona del “Guastato”, in zona Nunziata ( ac q u i s i ranno la ch i e s a d el l’Annunziata del Vastato nel ‘500) poi, intorno al 1228, sulle pendici del colle di Castel l e t t o ; la prima ch i e s a potrebbe essere quella di tale quartiere, secondo altri, invece, è S.Francesco di Sestri (o della Lardara, nome dell’antica località) a detenere il primato. In ogni caso, una lapide rivela che i Panzano, nobile famiglia originaria di Sestri e trasferitasi successivamente a Genova, edificarono la chiesa nel 1229, donando i terreni.. Pochi anni dopo comparve il primo atto notarile: il 9 settembre 1236 Maria, figlia di Bonvassallo di An t i o ch i a , donò 2 lire ai frati. In seguito arrivarono alla congregazione altri lasciti o rich i e s te di tumulazione all’ i n terno del convento. Queste e altre attestazioni accompagnano la storia della comunità e dimostrano, unitamente all’esperienza dei confra telli delle varie comunità genovesi, la devozione di tutti gli strati sociali verso i frati minori. Spesso c o i n volti e interpellati in diverse questioni di ordine non solo morale ma anche politico, furono, inoltre, tenuti in grande considerazione da clero ed istituzioni. B i bl i o gra f i a: Pietro Rino Ravecca “La Chiesa di S.Francesco d’Assisi a Sestri Po n e n te ” - Marina Firpo “Fondazione mendica n te lungo la Val Polcevera”. Si ringrazia per la collaborazione il Prof. Chiaravallotti